Lunedì 12 febbraio, nella sala stampa della Camera dei Deputati, l’associazione Setteottobre ha presentato formale atto di richiesta alla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja di promuovere urgentemente le indagini su quanto è accaduto il 7 ottobre 2023, data che tristemente entrerà nella storia come il massacro antisemita più violento del nostro secolo, un solo giorno in cui più di 1200 cittadini israeliani e ebrei sono stati barbaramente seviziati, torturati e uccisi, e molte altre persone ferite o rapite dai terroristi di Hamas.
Ciò che Hamas ha compiuto è stato un attacco genocidario senza precedenti e di una violenza inaudita. Le azioni dei jihadisti presentano, infatti, tutti gli elementi per essere categorizzate come crimine di genocidio e crimine contro l’umanità, come descritto dagli articoli 6 e 7 dello Statuto di Roma.
L’Associazione Setteottobre ha espresso, nelle parole del suo presidente Stefano Parisi, una profonda preoccupazione per quanto sta accadendo sul piano internazionale, “vedere che il Sudafrica abbia trovato ascolto alla Corte di Giustizia Internazionale con l’accusa di genocidio a carico dello Stato ebraico è agghiacciante. È la vittima che diventa carnefice e il carnefice vittima. Speriamo che (…) all’Aja si possa lavorare per ricercare la verità”.
In tutto il mondo, e purtroppo anche in Italia, al massacro del 7 ottobre è seguita un’onda realmente drammatica di odio verso gli ebrei, penso alla vandalizzazione delle pietre di inciampo e le scritte antisemite sui muri del ghetto di Roma, e molti altri episodi verificatisi, da quattro mesi a questa parte, contro cittadini israeliani e simboli dell’ebraismo.
È bene riflettere su questi moti di antisemitismo diffusi, perché siamo di fronte a dei tentativi di cambio di narrativa, eppure, ciò che è accaduto il 7 ottobre scorso non è certo un fatto che può essere soggetto a revisioni o reinterpretazioni. Ultimo la manifestazione non autorizzata per la Palestina a Milano del 28 gennaio scorso – svoltasi non a caso in concomitanza con la Giornata della Memoria – dove la presunta folla pacifista ha fischiato e insultato un giovane coraggioso, colpevole di aver esposto un cartello molto semplice, con su scritto a caratteri cubitali “Free Gaza from Hamas”. Una frase che dovrebbe essere condivisa da chiunque ma che invece evidentemente non ha trovato spazio in quel corteo Pro Palestina.
Un enorme controsenso, poi, è vedere alcune femministe difendere a spada tratta la causa palestinese e sorvolare sugli atti indicibili che Hamas ha commesso su bambine, donne e anziane il 7 ottobre scorso. I terroristi jihadisti hanno usato violentemente le donne israeliane come strumento di guerra, non si sono fermati allo stupro. Ci sono state donne violentate da vive e da morte, corpi smembrati e bruciati, mutilazioni e seni tagliati. Sono macabri i racconti che emergono da chi è sopravvissuto a tale strage o chi ha visto i video diffusi dai terroristi stessi. Anche per questo l’associazione Setteottobre ha rilanciato l’appello “Non si può restare in silenzio” sul femminicidio di massa perpetrato da Hamas, appello a cui ho aderito, assieme a più di altre 17.000 persone.
Non si può non restare indignati di fronte a tali violenze e tali massacri non possono certo restare impuniti. Hamas ha violato pesantemente i più fondamentali principi del diritto internazionale umanitario compiendo un attacco genocidario. La Corte penale internazionale può intervenire: i terroristi sono di fatto cittadini palestinesi e lo “Stato di Palestina” ha ratificato lo Statuto di Roma, ergo, la Corte penale internazionale ha giurisdizione sui crimini commessi sul territorio israeliano dai terroristi jihadisti. Di qui la richiesta formale da parte dell’Associazione Setteottobre al procuratore della CPI Karim A. A. Khan di adottare tutte le misure necessarie per poter accertare le responsabilità di Hamas di quei crimini atroci contro civili israeliani la cui unica colpa è stata soltanto quella di appartenere allo Stato ebraico.
Giulio Terzi di Sant’Agata