Articolo di Paola Lucantoni pubblicato su Il Sole 24 Ore del 26 febbraio
Nel discorso tenuto all’Università di Lovanio, Mario Draghi ha lanciato un allarme: il vecchio ordine globale fondato su diritto e regole condivise è “defunto” e ciò che potrebbe sostituirlo rappresenta una minaccia per l’Europa. L’Unione rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata se non procede verso una profonda integrazione federale in difesa, politica estera ed economia, trasformandosi da confederazione in federazione per difendere i propri interessi, valori e autonomia nel nuovo contesto internazionale.
Questa diagnosi richiama le preoccupazioni culturali sollevate nel secolo scorso da Jacques Maritain sul destino dell’Europa. La civiltà europea nasce infatti dall’incontro fecondo di tre grandi tradizioni: la radice greca, che ha dato all’Europa l’idea di ragione e di ricerca della verità; la radice romana, che ha fornito il senso di ordine giuridico, istituzione e responsabilità̀ pubblica; la radice cristiana, che ha introdotto la centralità della persona, la dignità̀ intrinseca di ogni umano e un orizzonte etico universale. È questa sintesi che ha reso possibile l’Europa come comunità capace di tenere insieme libertà, giustizia e solidarietà. Alla radice greca appartiene l’idea di agon, di competizione ordinata motore del miglioramento individuale e collettivo.
Così, il richiamo di Draghi alla necessità di rafforzare la competitività europea va letto come esigenza culturale e politica: senza capacità di competere l’Europa rischia di perdere la propria voce nel mondo. La competitività intesa in senso greco non è mera rivalità, bensì tensione verso l’eccellenza all’interno di regole condivise. La radice romana ricorda che l’Europa è una civiltà del diritto. È la legge che custodisce valori democratici, separazione dei poteri, responsabilità pubblica. L’esperienza europea si colloca così all’opposto di ogni deriva che riduca la politica a decisione unilaterale o a pura affermazione di forza. Il recente intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti sui dazi ha riaffermato un principio di fondo: le scelte economiche di portata sistemica non possono ricondursi alla discrezionalità politica individuale senza un adeguato fondamento legislativo, restando lo Stato di diritto il presupposto indispensabile della legittimità delle politiche economiche nelle democrazie avanzate. Per l’Europa ciò rappresenta una conferma e una responsabilità: difendere e sviluppare il proprio modello giuridico come fattore di stabilità globale. Infine, la radice cristiana introduce un elemento spesso trascurato: la speranza. Non come sentimento vago o consolatorio, ma come virtù razionale, energia intelligente capace di orientare l’azione nel tempo lungo.
Come ha osservato Josef Pieper, la speranza autentica non evade dalla realtà, ma la assume, rendendo possibile l’impegno anche nelle fasi di crisi. Senza speranza, l’Europa rischia di ridursi a un progetto difensivo; con la speranza, può tornare a essere un progetto generativo, capace di futuro. Draghi e Maritain convergono sul punto che l’Europa non può sopravvivere senza una visione unificante. Per Draghi, essa deve tradursi in un federalismo pragmatico in grado di garantire sicurezza, autonomia strategica e capacità decisionale; per Maritain, essa risiede nella fedeltà alle proprie radici intellettuali e morali, che sole possono legittimare le istituzioni. In questo senso, Fabio Panetta ha di recente sottolineato come la frammentazione geopolitica e ϐinanziaria renda necessario che l’Europa non si limiti a essere uno spazio regolato: deve diventare un attore incisivo sugli equilibri monetari e finanziari globali. La stabilità istituzionale e la credibilità normativa, tratto distintivo del progetto europeo, possono così trasformarsi in un vero vantaggio strategico. In questa prospettiva, l’appello a un’unità europea più forte non è solo una risposta contingente alle sfide geopolitiche attuali, ma la riaffermazione di un’idea più profonda: l’Europa realizza il proprio progetto storico solo se riesce a trasformare le sue radici culturali e spirituali in forza politica e istituzionale, evitando tanto la dispersione tecnocratica quanto il ripiegamento identitario. Il tempo dell’Europa è ora.