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Europa, ultima chiamata per Londra

Redazione Pubblicato 24 Giugno 2026
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Tratto da un articolo di Michele Marchi pubblicato su Il Messaggero il 23 giugno 2026

Nel commentare le dimissioni del laburista Starmer dal 10 di Downing Street si può partire dalle parole dello storico britannico Niall Ferguson di circa quattro mesi fa. Egli, descrivendo le difficoltà dell’allora Primo ministro nell’affaire Mandelson, ricordava uno slogan virale a proposito dell’instabilità ministeriale britannica dell’ultimo decennio. “Are we Italians?’, cioè “Siamo diventati italiani?”.

Il Regno Unito nei quarant’anni precedenti il 2016, momento spartiacque del referendum sull’uscita dall’Ue, ha avuto soltanto sei primi ministri (Callaghan, Thatcher, Major, Blair, Brown, Cameron tra il 1976 e il 2016). Nei successivi dieci è già arrivata a sette, con il prossimo arrivo del laburista Andy Burnham alla guida del Paese. Nel contesto italiano se ci limitiamo agli anni successivi all’esplodere della crisi politica-istituzionale di inizio anni Novanta, dopo un decennio (1992-2002) con otto differenti Primi ministri, nel ventennio successivo (2006-2026) si sono succeduti nove capi di governo. Dunque, Regno Unito italianizzato e Italia verso la stabilità del modello britannico che fu?

In realtà la comparazione sull’asse Londra/Roma è solo un angolo visuale per osservare la profonda crisi nella quale sembra sprofondare il modello politico, ma anche economico e sociale britannico, crisi acuita e per molti aspetti evidenziata dal referendum sul “leave” del quale proprio oggi cade il decennale. Bisogna senza dubbio ripartire da quel 23 giugno 2016 per cercare di comprendere l’ennesimo cambio alla guida del governo di sua Maestà.

Senza essere deterministici è difficile però non sottolineare che nella scelta dell’allora Primo ministro e leader conservatore Cameron di andare al voto referendario c’era prima di tutto la profonda crisi ideologica e politica del conservatorismo britannico. Leggendo poi i dati di quel voto e seguendo le molte analisi, è impossibile non individuare linee di frattura caratteristiche dei modelli economico-sociali liberal-capitalisti di matrice occidentale in profonda e forse irreversibile crisi. La semplificante quanto veritiera divisione tra le “people from anywhere” e le “people from somewhere” è racchiusa nella distinzione tra il “remain” maggioritario nell’area londinese e in generale in tutti i grandi centri e nelle zone in espansione del Paese e il “leave” forte nel nord e centro (soprattutto est) deindustrializzati e nel Galles depresso.

Oltre all’esito referendario sono poi state le fallimentari promesse del “take back control” e della costruzione di una Global Britain che hanno mostrato l’inconsistenza dei successori di Cameron, primo fra tutti Boris Johnson. Paradossale è poi stata la parabola di Nigel Farage. Architetto della campagna per l’uscita britannica dall’Ue, scomparso poi dalla scena politica per ricomparirvi da qualche tempo alla guida del nuovo Reform UK, plebiscitato in tutti i sondaggi, nonostante una larga maggioranza dei britannici sottolinei gli elementi fallimentari della scelta Brexit.

In questo quadro di vera schizofrenia politica si è poi inserita, due anni fa, la grande vittoria laburista e l’avvio del governo Starmer. Appare semplicistico oggi soffermarsi quasi esclusivamente sulla scarsa leadership di sir Keir, ingendo di non accorgersi del livello di destrutturazione di un sistema che da bipartitico si è tramutato in un multipartitismo polarizzato, con il Paese attraversato da gravi disuguaglianze sociali e territoriali e con lo United Kingdom a rischio di implosione se si considera che tre su quattro delle componenti del regno sono guidate da partiti sostanzialmente secessionisti (accade cosı̀ in Scozia, in Nord Irlanda e dopo le amministrative di maggio anche In Galles).

Questo è il quadro solo rapidamente descritto all’interno del quale nei prossimi giorni dovrà muoversi il nuovo leader del Labour e potenziale nuovo Primo ministro Andy Burnham. Colui che la stampa britannica non esita a de inire King of the North, per i successi nell’ultimo decennio 3 alla guida dell’area metropolitana di Manchester (una delle zone di maggiore crescita del Paese), è accompagnato da commenti che racchiudono allo stesso tempo molta speranza ma altrettante incognite.

I paladini della nuova “Andy-mania” sottolineano il pragmatismo di questo laburista cattolico, con esperienze di governo in epoca Blair e soprattutto di Gordon Brown, le cui parole d’ordine sembrano essere “protezione, giustizia ed equità”. Burnham conosce il Paese e le sue molte fratture, in larga parte elencate nel pamphlet Head North scritto a quattro mani con il compagno di partito e sindaco di Liverpool Steve Rotheram. I due sindaci laburisti lanciano prima di tutto un atto di accusa nei confronti di una classe politica ossessionata dalla centralità londinese.

Chi però non nasconde lo scetticismo, sottolinea tutti i limiti di una leadership ondivaga e incapace, tra le altre cose, di impedire la deriva radicale del Labour nel 2015. Burnham fu scon itto da Corbyn e poco dopo lasciò la Camera dei Comuni per iniziare la sua epopea a Manchester, scelta giudicata da alcuni la via più semplice per eludere lo scontro politico e ideologico. Accanto a coloro che giudicano il suo pragmatismo in realtà scarsa consistenza politica, vi è poi chi insiste sui silenzi dello stesso Burnham in politica Internazionale.

Starmer in meno di due anni è stato in grado di riportare il Regno Unito dentro le dinamiche europee su tutti i principali dossier, a partire da quello ucraino e della possibile ricon igurazione dell’Alleanza atlantica in epoca trumpiana. Burnham si muoverà in continuità?

In questa dicotomia tra speranza ed incognita è racchiusa tutta l’attesa per il nuovo inquilino del 10 di Downing Street. Possiamo permetterci di sperare, mentre sarebbe bene sgomberare prima possibile il campo dalle incognite.

Nel tentativo di trovare, nel traumatico contesto post-occidentale nel quale viviamo, uno spazio politico per il Vecchio Continente Londra resta un attore imprescindibile. A dieci anni dal trauma di Brexit è indispensabile un nuovo inizio, non sono ammessi nuovi timori.

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Redazione 24 Giugno 2026
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