Tratto da un articolo di Federico Sangalli pubblicato su l’Altravoce il 24 giugno 2026
Quando le vittorie latitano, bisogna rivendersi le sconfitte. Deve averlo pensato Pechino Donald Trump, che ieri ha rivendicato come un proprio successo bellico il transito di milioni di barili di petrolio attraverso di Hormuz. Barili esportati sotto supervisione dei Pasdaran iraniani e diretti soprattutto in Cina – praticamente l’unico acquirente del petrolio iraniano – dopo il ritiro del blocco navale americano, non a caso la prima condizione posta da Teheran per concludere un accordo che ponesse fine alle ostilità con gli Stati Uniti.
Proprio nelle petroliere sinoiraniane in rotta verso l’Estremo Oriente sta tutta la sconfitta americana in una guerra fatta anche per colpire indirettamente Pechino. Rimuovere il regime iraniano avrebbe infatti da un lato eliminato un importante provider energetico per la Repubblica Popolare; dall’altro avrebbe “disinnescato” la situazione mediorientale, permettendo agli Stati Uniti di ridurre le proprie forze in questo quadrante per concentrarsi sul fronte del Pacifico contro i cinesi. Prospettiva non solo fallita, ma che si è ritorta contro Washington. Non soltanto la guerra ha danneggiato la reputazione statunitense del mondo e dissipato le riserve strategiche (energia e munizioni, in particolare) della Casa Bianca, ma ha anche segnato il lancio di un modello alternativo: mentre la marina americana bloccava Hormuz infatti, andava a pieno regime la ferrovia Teheran-Xian, pompando merci e petrolio attraverso le steppe del Centrasia.
L’intuizione cinese, pensata per bypassare la superiorità navale americana, ha superato lo stadio del collaudo. La Cina ha costruito negli anni – un po’ limitandosi a intercettare certi trend, un po’ mettendoci del suo – un vero e proprio “circuito” anti-egemonico pensato per contrapporsi al ruolo unipolare incarnato dagli Stati Uniti.
Il cui primo teorico fu un russo, quel Yevgenij Primakov che da ministro degli Esteri e poi premier alla ine degli Anni Novanta teorizzò la dottrina che ancora oggi porta il suo nome e che può riassumersi cosı̀: Mosca ha perso la Guerra Fredda e, per evitare di essere schiacciata dal conseguente strabordare della superpotenza americana, deve allinearsi le tre potenze asiatiche emergenti alternative all’ordine proposto da Washington, vale a dire Cina, India e Iran. Primakov, che prima di fare il diplomatico faceva il capo del ramo estero del Kgb, cercava una nuova dimensione per la Russia post-sovietica e a trent’anni di distanza – e con l’aggiunta della Corea del Nord – si può dire che il suo disegno sia stato pienamente attuato.
Washington ha osservato, a lungo sottovalutandolo, la nascita dell’ordine antioccidentale in Eurasia. Da un lato la superpotenza egemonica statunitense era realmente inscalfibile anche alla somma dei suoi avversari. Dall’altro la classe dirigente americana si è rifiutata di riprendere in mano il grande incubo strategico che ne aveva agitato i sonni durante la Guerra Fredda: la nascita di un blocco nemico compatto esteso dal Baltico al Mar Giallo, un Leviatano comunista che sommando Cina e Russia (con l’aggiunta delle neonate entità post-coloniali) potesse rivaleggiare e prevalere contro l’America.
I timori statunitensi affondavano le radici nella riflessione geopolitica dello studioso britannico Halford Mackinder secondo cui al mondo erano possibili soltanto due tipi di superpotenze, destinare a essere l’una la nemesi dell’altra: una, esistente, era la grande potenza oceanica che avrebbe avuto nei mari le sue arterie e nell’Atlantico del Nord il suo polmone e che era incarnata dagli Stati Uniti; l’altra, potenziale, era la grande potenza terrestre, domina Washington non è riuscita a scardinare i propri avversari come avvenuto nel 1973 dell’Eurasia, tra il Volga e il Tibet.
Washington ha sempre temuto che prima o poi quest’ultima si concretizzasse sfidando la propria posizione di forza e ha alacremente lavorato per portare allo sganciamento di Mosca e Pechino, riuscendoci con successo nel 1973 con la celebre stretta di mano tra Mao e Nixon. Certo, si trattò di mandare giù la distensione con quel nemico comunista asiatico che si era contrapposto agli americani stessi in Corea prima e poi in Vietnam, ma la Casa Bianca decise che il gioco (cioè l’isolamento dell’Unione Sovietica) valeva la candela.
Oggigiorno alcuni ambienti vicini all’amministrazione Trump pensano la stessa cosa, solo che questa volta il junior partner da convincere sarebbe la Russia di Vladimir Putin. Piroetta impossibile perché Kiev non è Saigon e – soprattutto – il Cremlino non ha nessuna inclinazione a concludere la propria crociata contro l’Occidente.
Una convinzione figlia anche della sicurezza garantita dalla “cintura” strategica che collega Mosca con Pechino, Teheran e Pyongyang. Un Anti-Occidente che Washington negli ultimi cinque anni ha invano tentato di scardinare: prima indirettamente, attraverso la guerra economica contro la Russia; poi direttamente, con il tentativo di regime change in Iran manu militari. Entrambe le spallate sono però fallite, lasciando i decisori americani senza opzioni alternative.
Intanto Xi Jinping, senza fretta (il traguardo è il 2049, centenario della rivoluzione cinese), come da proverbio aspetta sulla riva che passi il corpo del suo nemico. Fosse anche sotto forma delle petroliere di Hormuz.