Ieri ho avuto il piacere di intervenire all’incontro tenutosi alla Fondazione KAS, organizzato in cooperazione con le università Enna “Kore”, Università di Siena, Università Sapienza e Università di Bologna, rientrante nel ciclo di seminari “Un mondo senza pace. Guerre, conflitti e crisi nello scenario internazionale”. All’evento è intervenuta, in qualità di autorevole esperta della Russia e dell’Ucraina, la Professoressa dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Giovanna Cigliano. Il dibattito ha approfondito nel dettaglio numerose dinamiche e particolari aspetti della guerra in Ucraina con alcune analisi che però, personalmente, ho trovato seguire una narrazione che personalmente non condivido e che cercherò qui di riportare spiegandone le criticità.
Durante la relazione, la Professoressa ha inizialmente riportato i principali avvenimenti storici accaduti in Ucraina, partendo dalla dissoluzione dell’URSS e spiegando anche, con una lunga e dettagliata premessa, le complicità e le tensioni interne all’Ucraina dovute dalle numerose minoranze etniche-culturali presenti nel Paese, citando territori come la Galizia, la Podolia o altre regioni della parte orientale dell’Ucraina più vicini alle tradizioni e alla storia russa. Ha poi parlato delle elezioni di Janukovyč del 2006 e del 2010 per giungere sino agli episodi di Euromaidan. Su questo punto, ad esempio, anche mossa da una domanda del pubblico, la Professoressa ha posto alcuni dubbi sulle dinamiche accadute in quei giorni, prima precisando che inizialmente la mobilitazione popolare era mossa soltanto da cittadini di alcune aree specifiche “distanti” dalla Russia, poi ipotizzando un possibile intervento americano nel fomentare la rivolta, riferendosi in particolare alla figura di Victoria Nuland e alla sua partecipazione alla manifestazione. Insomma, lasciando sottintendere che tutta questa unità ucraina e volontà di condannare Janukovyč, all’epoca, non vi fosse.
Anche per quanto riguarda la annessione della Crimea da parte di Putin, la Professoressa ha descritto tale avvenimento soprattutto come una questione di sicurezza avvertita da Putin, come se dietro le intenzioni dell’autocrate non vi fosse quella di ricostituire un impero ma l’idea di consolidare lo status della grande potenza russa e di ricoprire un ruolo internazionale nella stabilizzazione degli equilibri della regione. Da parte mia, ho ritenuto che si dovesse evidenziare il rispetto del diritto internazionale vigente.
Durante il mio intervento, dopo aver cercato di spiegare il mio punto di vista – chiaramente distante da una visione benevola del regime di Putin – mi sono permesso di consigliare al pubblico presente e connesso da remoto, di cui la maggior parte studenti universitari, la lettura del libro di Anna Politkovskaja “La Russia di Putin”. Con mia sorpresa mi è stato osservato che il testo non fosse più al passo con i tempi odierni.
Giunti alle domande finali dal pubblico, alla questione posta da un giovane sul perché Putin, alle recenti elezioni, è stato riconfermato dal suo popolo, sul perché i russi non si ribellano al governo liberticida, la Professoressa ha spiegato che i cittadini russi, nonostante i due anni di conflitto, grazie al pragmatismo e alla capacità di Putin nel gestire l’economia anche in tempo di guerra, hanno visto i loro redditi russi aumentare, addirittura triplicare. Certo, è stato ammesso, forse ad essere scontente sono quelle madri che hanno perso i loro figli in guerra ma ad ogni modo la maggior parte dei russi è soddisfatto della gestione del governo. Di qui poi è nato, anche grazie le mie repliche, un dibattito nel quale però ho ascoltato, con un certo stupore, altre affermazioni che non mi sono sembrate molto dissimili da quelle che leggiamo anche nella stampa russa. S’è detto che in Russia il patriottismo è un collante del consenso di Putin (e il terrore di finire in un campo di pena in Siberia non lo è forse?), che in Russia non vi è affatto una informazione monolitica ma anzi, che Putin ha anche molti critici che lo ritengono troppo poco nazionalista (eppure nemmeno una parola sulla morte di Navalny, che ha pagato con la vita le sue denunce di estesa corruzione del Cremlino).
La mia partecipazione all’evento di ieri, al di là della mia personale visione che, in modo esplicito, ho contrapposto alle teorie della Professoressa, mi ha instillato una riflessione: il pubblico era composto principalmente da giovani, da individui quindi nel pieno percorso formativo e conoscitivo e, di fronte a ricostruzioni parziali o dettagli omessi, sorge spontaneo chiedersi se tale iniziativa sia riuscita effettivamente a promuovere un dibattito obiettivo.
Uno spunto personale: l’ambiguità confonde la società e crea confusione. Vi sono dei fatti che non possono esser soggetti a rivisitazioni, alleggerimenti o resi più candidi e meno crudi di quanto invece lo sono. L’annessione illegale, fatta con i carri armati russi, della Crimea; l’aggressione criminale di Putin in Ucraina, le stragi di civili, donne, bambini e anziani come a Mariupol, Buča e altrove – azioni condannate da tutti i Consigli europei, dai vertici atlantici, dai massimi organi delle Nazioni Unite e compiute nella completa violazione di ogni norma o legge di diritto internazionale – non sono episodi storici che possono essere posti in discussione. Così come di fronte alla morte di numerosi giornalisti, attivisti o all’incarcerazione di cittadini russi la cui colpa è quella di non esser filo putiniani, non si può sottacere la repressione sempre più dura della libertà di stampa e informazione. Scriveva proprio Anna Politkovskaja, “l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.
Di certo il dovere di tutti noi, nel nostro quotidiano spesso afflitto da disinformazione – arma strategica del regime moscovita – e superficialità, è fare chiarezza. Partendo dai fatti, soprattutto quando parliamo ai giovani.
Giulio Terzi di Sant’Agata