“Undermining Ukraine: how Russia widened its global information war in 2023”: è il rapporto (atlanticcouncil.org) dell’Atlantic Council su “come la Russia ha ampliato la sua guerra globale dell’informazione nel 2023” per “Minare l’Ucraina”, che è stato presentato al Senato l’11 aprile (radioradicale.it).
Come spiega il rapporto, “nel periodo precedente all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022, il Cremlino e i suoi proxies hanno perpetrato operazioni di informazione per giustificare un’azione militare contro l’Ucraina, mascherare la sua pianificazione operativa e negare qualsiasi responsabilità per la guerra. Una volta iniziata la guerra sul serio, la Russia ha ampliato la propria strategia ponendo ulteriore enfasi nel indebolire la capacità di resistenza dell’Ucraina nella speranza di costringere il Paese alla resa o ad avviare negoziati alle condizioni della Russia. Questa espansione strategica includeva sforzi per mantenere il controllo delle informazioni e il sostegno allo sforzo bellico in patria, indebolire la resistenza ucraina, far deragliare il sostegno alla resistenza ucraina tra alleati e partner, soprattutto nelle immediate vicinanze, e impegnarsi in operazioni di informazione aggressive a livello internazionale per modellare l’opinione pubblica. sulla guerra di aggressione della Russia, anche in Africa e in America Latina”. Basandosi dunque sul monitoraggio quotidiano da parte del Digital Forensic Research Lab (DFRLab), “questo rapporto sintetizza i tentativi del Cremlino di indebolire l’Ucraina prendendo di mira il pubblico locale, regionale e globale nel corso del 2022 dall’inizio della guerra il 24 febbraio di quell’anno”.
Spiega sempre il rapporto che “per il pubblico russo, i cambiamenti nella legislazione e nel contesto normativo hanno di fatto criminalizzato l’indipendenza dei media e il dissenso pubblico contro la guerra, mentre il Cremlino e i suoi rappresentanti nei media hanno abbracciato messaggi sciovinisti che potrebbero essere ridotti a simboli come la lettera Z. Il Cremlino ha anche utilizzato come armi i fatti- controllando i luoghi comuni, sfruttando canali Telegram sempre più popolari come War on Fakes per amplificare la disinformazione attraverso i media e gli account diplomatici sui social media. Fin dall’inizio della guerra, il Cremlino ha anche enfatizzato la demoralizzazione del pubblico ucraino e la distruzione della sua voglia di combattere. I primi esempi includevano i cosiddetti video deepfake che davano l’impressione che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy fosse fuggito dal paese e esortasse le truppe ucraine a deporre le armi. Questi si sono estesi all’utilizzo di documenti contraffatti per mettere in imbarazzo i funzionari ucraini e danneggiare la loro reputazione tra i loro elettori, così come a falsi mercati sul dark web che suggerivano che l’Ucraina rivendesse armi occidentali a scopo di lucro”.
“Le narrazioni pro-Cremlino hanno utilizzato anche tattiche di paura e intimidazione contro gli ucraini nel tentativo di far credere loro che la Russia fosse imbattibile e che i vicini dell’Ucraina fossero inaffidabili. Esploriamo ulteriormente la Russia che descrive il massacro di civili a Bucha come un’atrocità ucraina o come un’invenzione, mentre mette in risalto anche le minacce nucleari con il pretesto del dibattito pubblico. Le operazioni di informazione russe hanno preso di mira anche i vicini, i partner e gli alleati dell’Ucraina in tutta Europa. Il DFRLab ha condotto tre casi di studio basati sulla vicinanza alla Russia e come indicatore chiave del pubblico, tra cui la Polonia, il vicino più vicino e più importante dell’Ucraina membro della NATO; La Francia, un paese chiave dell’Europa occidentale che sostiene l’Ucraina con aiuti militari e finanziari; e la Georgia, uno stato post-sovietico sotto parziale occupazione russa con un governo fortemente influenzato dalla Russia. In Polonia, il vicino occidentale più vicino all’Ucraina, operazioni filo-russe hanno violato gli account dei social media per diffondere documenti contraffatti che dipingevano i funzionari ucraini come portatori di sentimenti anti-polacchi; operazioni simili hanno anche presentato i rifugiati ucraini come criminali che sfruttano le risorse finanziarie della Polonia e la generosità del popolo polacco. In Francia, le voci propagate attraverso i social media sono confluite nelle discussioni dei media mainstream riguardo ad armi francesi avanzate inviate in Ucraina e finite nelle mani dei servizi di sicurezza russi. E in Georgia, un governo filo-russo comprensivo ha ripetuto a pappagallo i messaggi del Cremlino per evitare il coinvolgimento nella guerra, attirando le ire sia dell’Ucraina che dei cittadini georgiani solidali”.
I media filo-Cremlino hanno anche sfruttato la loro impronta internazionale per promuovere gli interessi russi, in particolare nel Sud del mondo. La politica del ‘Ritorno in Africa’ della Russia ha aumentato l’impegno di Mosca con il continente negli ultimi anni, tra cui l’istituzione di un’influenza militare nell’Africa occidentale attraverso forze per procura, il miglioramento dei legami con partiti politici antioccidentali e l’amplificazione di campagne sui social media pro-Cremlino di dubbia provenienza. E in America Latina, il Cremlino elude le restrizioni sui media statali come RT e Sputnik promuovendo i loro messaggi attraverso account di social media diplomatici russi e canali YouTube che hanno sostituito la presenza in lingua spagnola dei media statali sulla piattaforma”.
“Nei nostri giornali si leggono molte storie sugli arsenali militari, sull’ipotesi di guerra, sugli scenari, su quello che avverrà, sui piani B o C dei negoziati che potrebbero svilupparsi anche in relazione all’andamento della politica americana, ma non si parla assolutamente a sufficienza delle operazioni di disinformazione e manipolazione, che sono invece sono la vera arma da più di tre tonnellate a bomba”, ha osservato il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata nell’introdurre l’incontro. Nella sua analisi, la disinformazione inquina allo scopo di far sottovalutare la capacità di resilienza della nazione ucraina, malgrado nei sondaggi il 73% dei cittadini si dica pronta a combattere. La Russia fa fronte anche con la disinformazione i danni provocati da sanzioni e perdita di reputazione.
Insomma, “quello in Ucraina è ormai a tutti gli effetti un conflitto ibrido in cui la propaganda russa è entrata in modo preponderante in campo. La disinformazione è un’arma pari a quelle militari che la Russia usa da tempo, e non soltanto in Ucraina ma anche in Europa, in Africa e in America Latina. Le tecniche del Cremlino sono mirate e variano a seconda degli scenari: se in Ucraina attraverso fake news o reti non autenticate sulle piattaforme social Mosca punta sempre più sull’erosione della capacità di resistenza del popolo ucraino, in Africa diffonde messaggi pro-Putin o antioccidentali e sigla accordi di cooperazione con i media locali”. “Siamo in un momento delicato per la democrazia, in 64 Paesi è tempo di elezioni. Sarebbe sprovveduto pensare che Putin non proverà ad interferire maggiormente, più di quanto abbia già fatto, nei nostri sistemi. Non dobbiamo commettere l’errore, come Italia, Europa, Occidente, di minimizzare l’interferenza” ha sottolineato Terzi. Alla questione sul come proteggersi dalla minaccia trasversale della disinformazione, Terzi ha affermato “l’Ue sta attuando misure per rafforzare ulteriormente la capacità di risposta agli attacchi informatici stranieri, tra queste il Pacchetto per la difesa della democrazia, che comprende una proposta legislativa volta a stabilire norme comuni in materia di trasparenza e responsabilità per le attività di rappresentanza di interessi svolte per conto di Paesi terzi”, precisando: “la 4a Commissione del Senato ha recentemente approvato una risoluzione sul tema. Il rischio che alcuni soggetti possano eludere i requisiti ed influenzare in modo occulto il processo decisionale democratico dell’Unione è sempre più reale e la direttiva proposta dall’Ue, nonostante sia limitata a un quadro specifico di intervento normativo, è un primo passo politico rilevante”.
Il rapporto è stato poi illustrato da Mattia Caniglia, Associate Director at the Atlantic Council’s DFRLab, e da Roman Osadchuk, Research Associate for Eurasia at the Atlantic Council’s DFRLab. Com ha ricordato appunto Caniglia, il Digital Forensic Research Club è una organizzazione e programma all’interno dell’Atlantic Council che si occupa specificamente dei temi della foreign influence and manipulation e della tecnologia sulla cyber security. “Fondamentalmente le cose che facciamo sono tre: la ricerca, attraverso metodologie Osint; cerchiamo di stabilire degli standard di ricerca per cui formiamo altre persone e altre Istituzioni affinché possano fare le stesse ricerche che facciamo noi e condurre le stesse investigazioni che facciamo noi per combattere la disinformazione nel loro contesto locale; infine sfruttiamo la nostra esperienza con i governi, aziende, media e società civile, per elaborare le raccomandazioni politiche e collaborare con la comunità globale”. Fu appunto il Digital Forensic Research Club nel 2015 il primo a dimostrare che i famosi “omini verdi” in Crimea erano in realtà soldati russi a tutti gli effetti.
Giornalista del Foglio e esperta in Cina, Giulia Pompili ha poi tracciato un parallelo tra le attività di disinformazione di Mosca e di Pechino. Ha ricordato come quando uscì Sputnik News non fu subito chiaro che si trattava di un organo di propaganda. Un simile ruolo ha la agenzia ufficiale cinese Xinhua, che viene promossa con accordi come quello con Ansa: adesso saltato, ma le notizie di Xinhua sono ora proposte da Nova. Contemporaneamente all’uso dei propri media, la Cina ne sta ad esempio comprando in Africa. L’Italia è un Paese bersaglio primario della propaganda cinese, come si vide in epoca Covid. Un esempio minore ma significativo della potenza di fuoco di questo apparato si vede nel modo in cui il Capodanno lunare comune a molti Paesi asiatici è stato presentato in Italia come “Capodanno cinese”. In questo momento la propaganda cinese sulla guerra in Ucraina è chiaramente piegata sugli slogan russi. “Il messaggio è che la Russia è la liberatrice dell’Ucraina e la colpa della guerra è degli americani”.
Direttore dell’Istituto Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici e esperto di Russia che si occupa in particolare di disinformazione, attività di influenza e destabilizzazione, Luigi Sergio Germani ha spiegato che la minaccia ibrida è legata al concetto russo di guerra ibrida, il cui obiettivo è quello di indebolire la coesione interna del nemico. In ciò la disinformazione è componente importante ma non unica. Viene attuata in maniera permanente, anche perché per il Cremlino la stessa esistenza di democrazia è destabilizzante. Questa attività cerca dunque deliberatamente di creare confusione sulla sua stessa esistenza, e di non far percepire l’attività ostile in maniera chiara. Ma in Georgia e in Ucraina si è visto come può precedere una guerra vera e propria. Assieme alla disinformazione e alla propaganda nella tradizione russa ci sono le misure attive, nella tradizione russa più importanti dello spionaggio vero e proprio: sostegno a partiti e movimenti estremisti, reclutamento di agenti di influenza, uso di flussi migratori irregolari, assassini di oppositori e defezionisti con armi non convenzionali, adesso c’è anche il sospetto della cosiddetta Sindrome dell’Avana. In risposta a ciò sono stati espulsi centinaia di agenti diplomatici russi che in realtà facevano questo lavoro, ma la Russia ha risposto reclutandone altri e cercando anche di penetrare l’opposizione in esilio. Anche questa è una antica tradizione russa.
Esperto di Intelligence, Marco Rota ha ricordato come fu l’ ex capo di stato maggiore americano George Casey nei primi anni 2000 a indicare un nuovo tipo di guerra che sarebbe diventato sempre più comune. “Appunto un’ ibridazione di guerra irregolare convenzionale chiave, che avrebbe avuto internet in modo particolare al centro dell’azione. Un grande analista italo-americano come Vito Franco Pisano poi rispetto alla guerra non convenzionale come specialità della guerriglia regolare sottolinea tutt’oggi come l’ agitazione sovversiva, il terrorismo mediatico, l’ istituzione di reti a livello internazionale attraverso il ruolo dei cosiddetti Stati canaglia dice Pisanu, o piuttosto Stati fuorilegge, utilizzano la disinformazione e altri metodi di offesa fisica e psichica direttamente o indirettamente legati al quadro che Casey aveva pronosticato più di vent’ anni fa”. Già al 1923 risale la istituzione di un ufficio speciale di disinformazione presso la direzione della Polizia di Stato dell’ Unione Sovietica, mentre nel 1959 presso il Kgb viene creato un dipartimento per le misure attive. Per questo nei curricula didattici dell’Istituto per le relazioni internazionali di Mosca, in quelli dell’Accademia diplomatica del ministero degli affari esteri della Federazione Russa così come nei curricula dei Dipartimenti di sociologia, filosofia e scienze politiche di quasi tutte le università russe sono incluse ancora oggi materie come la tecnologia delle comunicazioni, la guerra in rete e argomenti relativi non solo alla sicurezza informatica ma anche all’ intossicazione informativa. “In modo particolare con partenariati strategici con l’ Iran e la Corea del Nord sulla Corea del Nord”. Insomma, la Russia sta cercando di compensare la superiorità tecnologica occidentale rivolgendosi ormai da tempo direttamente alle popolazioni europee e americane, cercando di plasmare le opinioni a favore degli obiettivi russi.
Infine, il Presidente Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli ha ricordato come i russi contnuano a utilizzare una metodologia molto classica. “Se andiamo a ritrovare i vecchi manuali di disinformazione Lussino ritroviamo sostanzialmente oggi le stesse strategie le stesse tattiche che erano usate allora con qualche innovazione”. Sostanzialmente cinque strumenti cognitivi: gaslighting, cioè fomentare; immettere una marea di notizie per fuorviare; ripetere a oltranza cose diverse dalla realtà che vengono rilasciate dagli algoritmi dei Social; il trollism (“sono filo Nato e filo Ue, ma…); il whataboutism (“Navalny, sì, ma intanto Assange”…)
Come ha appunto pure ricordato Luciolli, cose che nei talk show italiani sono infatti piuttosto all’ordine del giorno.
Maurizio Stefanini