Se fosse una partita di calcio decisa dal tifo, non ci sarebbe dubbio: Maduro e il chavismo perderebbero con punteggi tennistici. Ma questa non è una partita di calcio, e non è nemmeno una “elezione” democratica, trasparente, libera, competitiva. E’, nel linguaggio spesso ipocrita della diplomazia, quella che alcuni membri della comunità internazionale hanno definito (perché così avevano preteso) “elezione mediamente libera”, laddove, a parere di chi scrive, l’avverbio è ampiamente esagerato.
Sono elezioni, quelle che si svolgono domenica 28 luglio nel Paese andino-caraibico, appena appena accettabili, dove le opposizioni (quelle credibili, non quelle degli innumerevoli partiti e partitini fantoccio finanziati o manovrati dalla dittatura) hanno potuto proporre un candidato unitario – Edmundo Gonzales Urrutia – dopo che la leader indiscussa dell’antimadurismo Maria Corina Machado, la lady di ferro uscita vincitrice dalle primarie dell’autunno scorso, era stata dichiarata arbitrariamente inabilitata e interdetta dai pubblici uffici. In sostanza, ineleggibile, quindi esclusa dalla corsa elettorale, a priori. Oltre a impedire l’unica candidatura forte con provvedimenti inesistenti di una giustizia asservita che si fa legge con la violenza, il regime ha potuto e potrà contare sul controllo assoluto del Consiglio Nazionale Elettorale che presiede e gestisce l’intero ciclo delle elezioni, prima durante e dopo il giorno delle votazioni; può contare su quantità di risorse finanziarie, provento di traffici illeciti, incalcolabili; può contare sul generoso lavoro di repressione messo in opera dalla polizia e dai servizi di intelligence e controintelligence militare, impegnati in un’ondata di arresti e violenze che non si vedeva da anni, e avente come obiettivo chiunque aiuti l’opposizione, finanche chi vende prodotti e servizi alla leader Machado e al suo team in giro per il Paese (è successo con innumerevoli ristoranti e bar dove gli oppositori si sono semplicemente fermati a pranzare o cenare, ma è successo anche con chi ha dato loro un passaggio in canoa per attraversare fiumi amazzonici, e a fare le spese della repressione più tragicomica della storia, è stato perfino un cavallo su cui Maria Corina era montata durante un comizio nell’entroterra venezuelano alcune settimane fa). Il regime può contare anche – ultimo, ma certo non meno importante- sul monopolio dell’uso della forza: in Venezuela, le forze armate non sono un organo imparziale della Repubblica a servizio degli interessi supremi della collettività, bensì un’organizzazione strutturalmente sottoposta al Partito unico al governo, il PSUV, Partido Socialista Unido de Venezuela).
Ma tant’è, questo è il massimo che si può avere in un Paese devastato da 25 anni di dittatura socialista, ed i venezuelani, in un’atmosfera surreale tra fideistico entusiasmo e più che concreti timori di un ulteriore inasprimento della repressione, quando non di vera e propria carneficina nelle strade (ipotesi, visti anche i precedenti, tutt’altro che da scartare), si fanno accompagnare in queste settimane da un coro quasi da stadio, che ricorda proprio i canti intonati dalle curve di tifosi. Un coro che spiega perfettamente l’umore e l’aspirazione che ha unito quasi tutto il Paese, a prescindere dall’estrazione sociale, dalla collocazione politica, dall’età: nessuno più è interessato a ricevere i “bonos” (i buoni del Tesoro nazionale, ormai carta straccia, con cui milioni di coscienza per anni sono state ingannevolmente comprate in attesa della palingenesi socialista promessa da Chavez), né interessa più ricevere la “CLAP”, ovvero la razione di cibo e beni di prima necessità “regalata” dal regime socialistoide. L’unico desiderio di tutti i venezuelani, è che “se vaya Nicolàs”, che Maduro se ne vada.
Auguriamo al popolo venezuelano che questo desiderio trasversale, profondo, assoluto, possa avverarsi, pur nella ragionevole certezza che il regime di Maduro -supportato e spalleggiato dalle dittature alleate di Cuba, Russia, Iran e Cina – non ha certo imbastito l’ennesima farsa elettorale per farsi spodestare pacificamente e senza colpo ferire.
Andrea Merlo