Nel corso di una conferenza stampa tenuta il 14 gennaio, l’inviata speciale degli Stati Uniti contro l’antisemitismo, l’ambasciatrice Deborah Lipstadt, ha parlato di una conversazione avuta con il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in cui quest’ultimo avrebbe speso forti parole di disistima per lo Special Rapporteur dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese.
Le affermazioni di Lipstadt, che nell’occasione ha anche stigmatizzato il ruolo della Cina come motore dell’antisemitismo globale, andrebbero nella stessa direzione di quei parlamentari statunitensi che hanno chiesto a più riprese la rimozione dello Special Rapporteur Francesca Albanese dal suo incarico. Una richiesta avanzata da autorevoli voci anche in Italia.
Le attività che continuano ad esser svolte dallo Special Rapporteur non fanno che contribuire ad alimentare le critiche rivolte all’ONU e alla sua credibilità per una marcata propensione a utilizzare doppi standard nei confronti di Israele e della lotta all’antisemitismo. Ricordo le continue prese di posizione, anche pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023, in cui Francesca Albanese ha dichiarato che “l’inferno di oggi non oscura decenni di violenza”. Oppure la sua tesi che “l’invocazione costante dell’antisemitismo” è come una “clava per giustificare le azioni del governo israeliano”, riferendosi al recente e grave episodio di intolleranza nei confronti della comunità ebraica a Bologna durante il corteo proPal.
Tutto ciò non fa che confermare l’esistenza di evidenti doppi standard tra alti funzionari delle Nazioni Unite che si aggiungono all’impressionante squilibrio nelle risoluzioni votate dall’Assemblea Generale: ben 404 risoluzioni critiche nei confronti di Israele rispetto alle 21 sull’Iran e le 40 sulla Siria.
Un brutto clima che sembra diffondersi non soltanto in seno agli organi politici onusiani ma anche in sede di giustizia internazionale. Nello specifico, quando la Corte di Giustizia Internazionale e la Corte Penale Internazionale sollevano persino l’ipotesi di genocidio. Un fenomeno conosciuto come “lawfare” che consiste nell’uso strumentale del diritto.
Si tende a trascurare come la natura stessa della CPI, in base al suo Statuto, sia non sostitutiva, bensì complementare alle giurisdizioni interne degli Stati di Diritto. È un dato fondamentale quando si parla dello Stato di Israele dove sono stati avviati numerosi procedimenti interni circa possibili crimini di guerra da parte di militari israeliani. Non risultano precedenti di incriminazioni della CPI senza aver dato modo e tempo a Paesi retti dallo stato di diritto di previamente esaurire le procedure nazionali.
Si dimentica, infine, che nel 2005 gli ebrei che popolavano gli insediamenti nella Striscia di Gaza furono costretti a lasciare le loro abitazioni. Una difficilissima decisione che Ariel Sharon ritenne necessaria per avanzare verso un obiettivo di pace e sicurezza tra ebrei e palestinesi. Tuttavia, anziché cogliere tale occasione, i terroristi di Hamas hanno devastato Gaza con una militarizzazione terroristica e fanatica.
Giulio Terzi di Sant’Agata